Scuola Media Statale " Mendola Vaccaro"

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Concorso di scrittura creativa:  “Un giorno….al Liceo”, bandito dal Liceo
Classico “Empedocle” di Agrigento

 

 “Un giorno vissuto alla scuola superiore”

Gloria Calafatello    Classe III E

 

Una Liceale: il primo, attesissimo giorno.

Sono le 3:45 della notte e questa sarà già la terza volta che mi sveglio. Non riesco a dormire questa notte, l’ansia mi assale,  l’eccitazione riesce a divorarmi lentamente. Tra meno di cinque ore dovrò iniziare una specie di “vita nuova”, una vita da “Liceale”.  Liceale, esatto! Solo il pensiero di questo termine mi elettrizza, e pronunciarlo mi fa sentire potente. Sono impaziente, vorrei già scendere giù dal letto e cominciare a prepararmi, voglio che il mio primo giorno di liceo sia perfetto; ma è bene dormire e riposare la mente.  

Sono le 6:30 e la mia sveglia inizia a suonare. Non l’avevo mai programmata prima d’ora, il suono è stato asfissiante ed è riuscito a perforarmi il cervello! Tiro giù il lenzuolo e metto i piedi a terra. Mi precipito in cucina per fare colazione, entro e trovo i miei genitori, che mi danno un buongiorno con un grande sorriso sulle labbra. “E’ il grande giorno!” mi sorride mio padre. “Sei contenta, non è vero?”  replica mia madre, accarezzandomi i capelli. Sono contenta, sì, ma sono anche talmente assorta nei miei pensieri che come risposta al loro entusiasmo sono riuscita solo ad abbozzare un lieve sorriso. All’improvviso infatti, ai pensieri di felicità e curiosità che avevo per la nuova scuola, si affiancarono quelli di paura e nervosismo. E se andrà male? Se combinassi qualche pasticcio?  Riuscirò ad instaurare un buon rapporto con i miei nuovi professori e i miei nuovi compagni? Mi volto a guardare l’orologio, sono già le 6:45, devo sbrigarmi!!! Mi infilo dentro la doccia cercando di scaricare la tensione accumulata. Faccio in fretta, non ho voglia di arrivare in ritardo il primo giorno di scuola, non posso permetterlo! Mi vesto, avevo preparato i vestiti da indossare da quasi una settimana. Li provo, mi guardo e…non vanno! Il colore rosso della maglia è troppo acceso, mi scambieranno per una lampadina del semaforo… E questi pantaloni? Perché li ho scelti per un giorno così importante? Sono tremendi! Cerco in fretta un altro cambio, e abbinando varie magliettine e jeans riesco a convincermi. Infilo le mie scarpette di tela, do un’ultima controllata alla borsa, ai capelli e…. Sono finalmente pronta! Sono già le 7:20! Do un bacio al mio fratellino augurandogli  buon anno scolastico e abbraccio mia madre. Io e il mio papà scendiamo le scale insieme, anche se il mio passo è tre volte più accelerato del suo. La macchina è già fuori dal garage, saliamo e ci dirigiamo verso la fermata d’autobus più vicina a casa mia. Non è molto distante, e arriviamo subito. Durante il breve tragitto, cerco di descrivere al mio papà il mio stato d’animo: è una sorta di uragano che avvolge tutte le sensazioni possibili e immaginabili, che si fondono tutte in me stessa. Ci fermiamo nello spiazzale in attesa del pullman. E’ pieno di macchine, mi guardo intorno e cerco di incrociare qualche viso familiare, ma l’emozione mi annebbia la vista. Sono tesa, per fortuna ho con me il mio lettore mp3, quindi lo accendo e inizio ad ascoltare la mia canzone preferita. Sulle note dei miei cantanti preferiti penso e ripenso a ciò che mi aspetta, ma nella mia mente s’infila anche un leggero ricordo della terza media. Mi mancheranno molto i miei compagni di classe! Con alcuni avevo addirittura frequentato la suola materna, è stato ben difficile separarmene, e anche strano. Il mio abisso di pensieri termina appena sento bussare al finestrino dell’auto. E’ la mia amica, che con un sorriso mi fa segno di scendere. Riesco a leggere nei suoi occhi la stessa inquietudine e curiosità che ho dentro io. “Sei pronta?” le chiedo con aria terrorizzata. “Direi di sì… E tu?” rimanda pensierosa. “Direi anch’io”. Sentiamo subito un genitore dei presenti che dice “Eccolo! Il bus è laggiù! Forza preparatevi!”. Mi giro verso mio padre e alzo la mano in segno di saluto. Poi mi volto verso la mia amica e insieme ci avviciniamo al pullman. Arriva; una quindicina di ragazzi sghignazza e parla mentre sale, e tra un “Piano, piano…” o “Non spingere!” saliamo anche noi. L’autobus è semipieno, e i quattordicenni come me, non sono poi così tanti. Troviamo due posti liberi e ci sediamo. L’autobus parte. Fuori dal finestrino riesco a vedere la mia casa, poi guardo in su, e lancio un sospiro di mezzo sollievo.   Il pullman si ferma un altro paio di volte in paese e finalmente arriviamo in città, dove ha sede il liceo. Scendiamo e ci avviciniamo alla scuola: un enorme palazzo di colore giallo dall’aria imponente. Ci sono tutti gli studenti del ginnasio in attesa della campanella, mi suona strano questo posto. Ci sono un sacco di persone nuove che non ho mai visto prima d’ora. Riesco però a distinguere i ragazzi della mia età, da quelli che devono frequentare il quinto ginnasio. Noi del quarto abbiamo più o meno la stessa espressione: uno sguardo sospeso nei pensieri, incuriosito, acceso e pronto ad iniziare. Sono vicina all’entrata, non è stato difficile farmi largo per arrivare tra le prime file. C’è una professoressa che ci invita ad entrare. Varcata la porta ed entrata nell’aula Magna mi sembra di entrare a capofitto in un'altra dimensione, riesco quasi a respirare un’ aria diversa, un’aria che sa di scoperta, che profuma di nuovo. Sono eccitata, ma meno spaventata di un‘oretta prima. Entriamo e ci sistemiamo nei vari banchi. Io e la mia amica siamo nella prima fila di destra, accanto a una finestra. Il sole è caldo e illumina il paesaggio che c’è fuori. E’ così bello…                                                                                       

Nella classe c’è un leggero mormorìo di voci che chiacchierano, d’improvviso però viene arrestato dall’entrata di un uomo. Egli siede in cattedra,  si presenta come il  professore di Greco e Latino. Greco e Latino!  Le due materie basilari del liceo classico. Adesso le studierò anch’io. Queste due lingue mi attraggono già dal nome che portano. Hanno un suono che mi incuriosisce! <<La lingua greca…!>> è quasi un’esaltazione per me, inizierò presto a dire: “Sto affrontando lo studio della lingua greca”… Sì, mi suona bene! Sfortunatamente vengo strappata via dai miei pensieri per l’ennesima volta, ma non fa niente, sposto subito gli occhi verso il professore che inizia a parlare. Niente lezione oggi, sta dicendo frasi inaugurali, e presenta un po’ le sue materie. Adesso chiama l’appello. Dovrei essere tra le prime, dato che il mio cognome inizia per “C.” Inizia, e ogni volta che sentiamo dire “presente” io e la mia amica lanciamo un’occhiata al soggetto, tanto per farci un’idea di chi siano i nostri compagni. Sento pronunciare il mio cognome, alzo la mano e dico anch’io il fatidico “Presente!”, mentre guardo il prof. che si muove un po’ a destra e a sinistra cercandomi. Fa un cenno con la testa anche a me, e va avanti. Finito l’appello iniziamo un po’ a parlare, ci chiede da dove veniamo e quale scuola media frequentavamo. Mi accorgo che la mia, è una classe abbastanza mista: ci sono ragazzi di molti altri paesi della provincia  di Agrigento, e qualcuno è addirittura mio compaesano. Bene, può farmi comodo, magari mi sarà più facile stringere amicizie. Mentre il professore parlava con una mia nuova compagna, suona la campanella. “Ragazzi, è terminata la mia ora! Ci vediamo presto, buon anno scolastico!”. Iniziò così le seconda ora. Entra una donna, questa volta. Bassa, anziana e con i capelli rossi. Sembrava abbastanza antipatica, ma infondo perché giudicare così in fretta? E poi era meglio non farmene subito una cattiva impressione!!

Si presenta con un’espressione di felicità: “Salve a tutti, ragazzi io sono la prof.ssa di inglese, quanto siete carini, siete piccoli! Be’, piccoli, ovvio che siete ragazzi, ma siete i più giovani diciamo del liceo, giusto? Allora su, su presentiamoci!”. E’ così che cambio subito idea quindi sul suo conto, sembra una donnina allegra e simpatica. Chiama anche lei l’appello, quando arriva il mio turno, dopo l’ovvio “presente” rilegge i miei dati e mi dice: “Che bel nome che hai”. Le rispondo in tono gentile: “Grazie!!” Finisce di chiamare l’appello, e la sua ora è similare alla precedente: anche con lei parliamo delle medie. Questo mi suscita nostalgia e mi fa anche riflettere, mi viene in mente come un flash-back:  stiamo crescendo tutti, abbiamo preso strade diverse… Un anno fa di questi tempi, infatti, a scuola il tema centrale era appunto il nostro futuro: avevamo tutti aspirazioni diverse, ed era bello confrontarci o fantasticare. Così ripercorro con gli occhi tutti gli angoli e i muri della classe, pensando che questa scuola sarà una sorta di “chiave” per la porta che tra cinque anni mi si presenterà davanti.

Suona un'altra volta la campana, quella della ricreazione! Ci vuole proprio! Ho fame! Usciamo dalla classe, imitati dal resto dell’edificio. Sono appiccicata al muro guardo tutti uno per uno. Poi il mio sguardo si concentra sul corridoio, voglio esplorarlo! Invito allora la mia amica a fare una passeggiata. Camminiamo e osserviamo ogni singolo particolare. Poi le dico “Sai, sono un po’ più rilassata, i due “prof.” non sono male! E poi che bella la scuola.. Mi piace, mi piace, mi piace! Oddio!!” la mia amica condivide il mio entusiasmo: “Già, mamma mia! Sono elettrizzata, ma felice!”. La ricreazione termina. Entriamo in classe, una nuova professoressa, quella di italiano. Questa volta lei ci propone di fare una visita dell’istituto. Non potrebbe andare meglio, andiamo!! Camminiamo per la grande scuola, ci mostra la palestra, i laboratori di scienze e biologia, e anche quelli di informatica. Mi incanta la scuola, è attrezzata perfettamente per ogni tipo di attività! Ma c’è un posto che vorrei visitare più di qualsiasi altro: la biblioteca! E il mio desiderio, fa presto ad esaudirsi: ci fermiamo infatti davanti ad una porta enorme, in alto c’è appesa una targhetta dorata con su scritto: Biblioteca. La prof. ci fa entrare, io e la mia amica ci dirigiamo verso la prima corsìa e iniziamo a leggere i titoli dei libri. Ho già dato un’occhiata a qualcosa di interessante che avrei sicuramente preso più in là; osserviamo gli scaffali uno dopo l’altro facendo scorrere il dito tra i libri, assumendo un’aria interessata. Chiacchieriamo e progettiamo la giornata seguente. Termina anche quest’ora. Si deve tornare a casa. Usciamo dall’edificio e ci dirigiamo verso l’autobus. Ci sediamo. “E’ andata! La prima giornata da studentesse del ginnasio è andata” ho detto ridendo alla mia amica seduta accanto a me. Rientro nel mio paese, a casa. Mi getto sul divano e racconto tutto alla mamma. Sono felicissima. Sto per intraprendere una nuova strada. Sono una LICEALE adesso.

 

Il mio primo giorno di liceo

Diana Marchica    Classe  III E

 

Il primo giorno di qualunque nuova esperienza è di solito indimenticabile. E il mio primo giorno di liceo certamente lo è stato.

È stato emozionante – e per questo ne conserverò sempre vivo il ricordo nel mio cuore – tanto che i particolari, anche quelli più piccoli e insignificanti, mi riaffiorano ancor oggi alla mente con una vivezza straordinaria.

La notte prima di quella data fatidica non chiusi occhio, mi rigiravo nel letto come una trottola, mi appisolavo per qualche istante per poi destarmi di soprassalto: chissà come mi sarei trovata nel nuovo ambiente, quali sarebbero stati i rapporti con i nuovi compagni e gli insegnanti... E poi erravo lungamente attraverso i ricordi delle numerose esperienze condivise per tanti anni con i miei vecchi compagni delle elementari e delle medie, con i quali i rapporti non avrebbero potuto per ovvie ragioni rimanere quelli di sempre...

La mattina, a causa del sonno perduto, ma anche dei mille pensieri che per tutta la notte avevano fatto a pugni nella mia testa, mi risvegliai – si fa per dire! –come un cencio lavato.

Dopo una frugale colazione, si presentò un problema di “importanza vitale”: cosa indossare? Misi ripetutamente a soqquadro il mio armadio, provai e riprovai fino allo sfinimento tutti i vestiti che vi erano contenuti e lo feci con un accanimento che a distanza di tempo mi appare quanto meno esagerato. Il dubbio era che il mio aspetto quella mattina non sarebbe stato all’altezza della situazione, un po’ per la nottata insonne, un po’ per l’emozione che continuava a lavorare dentro di me con un ritmo incalzante. Perciò un abbigliamento adatto avrebbe potuto quantomeno contribuire a “limitare i danni”.

Finalmente, esausta, mi decisi, o, almeno, pensai in maniera eccessivamente frettolosa di averlo fatto: avrei indossato il vestitino di maglia grigia e attillata che avevo comperato qualche settimana prima in un negozio del capoluogo e che, anche a parere di mia madre, mi stava a pennello.

Ma la mia sicurezza iniziò a vacillare quando, dopo l’ennesimo specchiamento, un dubbio atroce mi assalì e quel vestito del quale fino ad un attimo prima ero tanto entusiasta cominciò a destare in me qualche perplessità. Sì, perché, a ben vedere, valorizzava fin troppo le mie forme e per questo pensavo di essere eccessivamente appariscente.  

Alla fine, a causa dello stress accumulato durante quelle ore, ma anche perché era ora di andare, decisi, e questa volta, facendo di necessità virtù, in modo definitivo: mi sarei vestita in maniera del tutto normale, come se quello fosse stato un giorno come tutti gli altri, per cui un jeans ed una felpa sarebbero andati benissimo.

Così scesi in strada e attesi per qualche minuto il pullman che mi condusse ad Agrigento.

L’atrio della scuola echeggiava delle grida scomposte di un centinaio di ragazzi del primo anno che come me aspettavano il loro turno per entrare nelle aule. Nei loro volti tirati si potevano leggere la mia stessa ansia e la mia stessa emozione.

Poi, dopo essere stati chiamati uno per uno in ordine di classe, sfilammo rapidamente dentro le aule, dove mi attendeva una spiacevole sorpresa: due delle mie vecchie compagne delle medie, le sole che avevano scelto di frequentare il mio stesso istituto, non erano lì, perciò ipotizzai che fossero state iscritte in un altro corso.

Entrata in aula, mi sedetti allora timidamente all’ultimo banco. Ero spaesata perché, a differenza degli altri, non conoscevo nessuno.

Accanto a me venne a sedersi un ragazzo dagli occhi castani che contrastavano splendidamente con i magnifici capelli biondo oro. Superato il primo comprensibile imbarazzo, fu lui, Mirko, a presentarsi per primo rompendo il ghiaccio e scambiando alcune rapide battute: di dove sei, come ti chiami, quanti anni hai...

Io inizialmente lo ascoltavo senza alcun particolare interesse, anzi, se debbo essere sincera, in maniera alquanto distratta, dal momento che il mio pensiero era costantemente rivolto all’assenza delle mie due compagne. Tuttavia Mirko non mi era del tutto indifferente e, tutto sommato, la sua compagnia era abbastanza piacevole.

I professori ci lasciarono liberi di socializzare per una buona oretta entrando e uscendo dall’aula e intrattenendosi brevemente con i colleghi.

Verso le 10,00 uno dei professori entrò in aula, si presentò in maniera molto garbata e ci invitò a fare altrettanto. In quel momento il brusio iniziale si dissolse come per incanto e tutti ci sentimmo rassicurati.

Il suono della campanella, alle 11,30, mise la parola fine al mio primo giorno di scuola.

All’uscita Mirko mi chiese non senza una certa trepidazione il numero di telefono, che io gli diedi volentieri e, andandosene, mi seguì con la coda dell’occhio, fatto questo che  mi lusingò non poco.

Appena fuori dall’istituto tirai un profondo sospiro di sollievo: i timori della vigilia erano del tutto scomparsi e in cuor mio sentivo che il nuovo anno scolastico era  nato sotto una buona stella.

Di ritorno a casa, mentre il pullman si arrampicava sulle curve di contrada Petrusa, rimuginavo tra me e me: l’esistenza ci sottopone continuamente alle situazioni più diverse, molte delle quali solo apparentemente del tutto negative.

Personalmente il primo giorno di liceo mi aveva offerto un’occasione importante di crescita umana e sociale.

Quella giornata, come la notte che l’aveva preceduta, avevano costituito per me un grande insegnamento: nella vita nulla è immutabile, tutto cambia e si modifica continuamente, cambiano i luoghi e le persone, cambiano gli interessi e le occupazioni. In fondo – anche se a volte ciò richiede una grande forza d’animo – il segreto per vivere bene è quello di assecondare il cambiamento e andare incontro al nuovo con la mente aperta e il cuore sereno, nella convinzione che alla fine “tutto si aggiusta”.